Mapocho, Nona Fernández

«Il passato è la chiave. È un libro aperto con tutte le risposte. Basta guardarlo, scorrere le pagine e aprire gli occhi con attenzione per rendersene conto. Il passato è una zavorra di cui non è possibile liberarsi. Meglio adottarlo, dargli un nome, addomesticarlo e tenerlo docile sottobraccio, altrimenti ci perseguiterà come un fantasma nei momenti più inaspettati».

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Il passato, Alan Pauls

«E allora capì che solo qualcosa di molto più forte di un atro uomo o di un’altra donna lo avrebbe indotto a smettere di amarla, che solo qualcosa id inumano e cieco come un disastro, un incidente aereo, un terremoto avrebbe potuto allontanarla da lui ed estirparla dal suo cuore».

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Il giunco mormorante, Nina Berberova

«E tuttavia lo amavo, amavo soltanto lui, e anche se continuavo a ripetermi che non voleva più saperne di me, non lo amavo per questo di meno. E forse lo amavo ancora di più dopo l’incontro a Stoccolma, e tutta la mia vita era piena di un disperato amore per lui, amore che mi impediva di costruire il mio destino e caricava i miei giorni e le mie notti di un pesante fardello di cui non potevo – e forse non volevo – disfarmi».

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Their eyes were watching God, Zora Neale Hurston

«Ships at a distance have every man’s whish on board. For some they come in with the tide. For others they sail forever on the horizon, never out of sight, never landing until the Watcher turn his eyes away in resignation, his dreams mocked to death by Time. This is the life of men. Now, women forget all those things they don’t want to remember, and remember everything they don’t want to forget. The dream is the truth».

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Metà di un sole giallo, Chimamanda Ngozi Adichie

«In classe c’era più o meno un quarto della scolaresca. [Olanna] insegnò loro com’era fatta la bandiera del Biafra. I bambini erano seduti sulle panche di legno e il pallido sole del mattino entrava dal tetto sfondato mentre lei dispiegava la bandiera di Odenigbo e illustrava il significato di ogni simbolo. Rosso era il sangue dei fratelli assassinati nel Nord; nero era il lutto per la loro morte; verde, il colore della prosperità a venire del Biafra e, infine, la metà di un sole giallo indicava la gloria futura del paese».

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T. Singer, Dag Solstad

«Per Singer una biblioteca era strati su strati di materiale sedimentato, libri polverosi. La biblioteca era un labirinto e il sistema di catalogazione un modo per affrontarlo. Padroneggiarlo era una fonte di grande soddisfazione per lui. Libri polverosi, ognuno al suo posto nel labirinto, e chi conosceva il codice poteva semplicemente scendere nel sotterraneo e prendere uno di quei preziosi tesori. Che Singer alla fine avesse deciso di fare il bibliotecario era dovuto anche al fatto che gli piaceva l’idea di diventare un custode dei libri. Era così che amava rappresentarsi. Il suo legame più profondo, anzi il più compiaciuto, con il mestiere che si era scelto era quindi di tipo metaforico. Il custode dei libri».

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Notturno cileno, Roberto Bolaño

«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. […] Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto».

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Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi

«È di Lolita che voglio scrivere, ma ormai mi riesce impossibile farlo senza raccontare anche di Teheran. Questa, dunque, è la storia di Lolita a Teheran, di come Lolita abbia dato un diverso colore alla città, e di come Teheran ci abbia aiutate a ridefinire il romanzo di Nabokov e a trasformarlo in un altro Lolita: il nostro».

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