T. Singer, Dag Solstad

«Per Singer una biblioteca era strati su strati di materiale sedimentato, libri polverosi. La biblioteca era un labirinto e il sistema di catalogazione un modo per affrontarlo. Padroneggiarlo era una fonte di grande soddisfazione per lui. Libri polverosi, ognuno al suo posto nel labirinto, e chi conosceva il codice poteva semplicemente scendere nel sotterraneo e prendere uno di quei preziosi tesori. Che Singer alla fine avesse deciso di fare il bibliotecario era dovuto anche al fatto che gli piaceva l’idea di diventare un custode dei libri. Era così che amava rappresentarsi. Il suo legame più profondo, anzi il più compiaciuto, con il mestiere che si era scelto era quindi di tipo metaforico. Il custode dei libri».

Singer è un aspirante scrittore ed eterno studente che, ormai arrivato alla soglia dei trentun anni, decide di prendere in mano la sua vita e iscriversi alla Scuola per Bibliotecari. Singer si sente a suo agio nella sua inettitudine, in quel suo continuo rimuginare e ripensare alle cose. È la sua indecisione atavica a far restare tale il sogno di diventare uno scrittore; nel corso degli anni infatti, cancella e riscrive in continuazione la prima frase del suo ipotetico romanzo d’esordio in maniera quasi maniacale senza mai convincersi su una versione definitiva. Poi un giorno, dopo aver sprecato in maniera consapevole la sua giovinezza tra esami non dati e giornate tutte uguali trascorse nella più completa solitudine, Singer dà una svolta alla sua esistenza e si trasferisce a Notodden per prendere servizio alla biblioteca di quel minuscolo paesino norvegese sperduto tra le montagne del Telemark. Pian piano si costruisce un’altra routine fatta di nuove abitudini: la strada per il lavoro, il cinema serale, le passeggiate sul lago di Heddal. A completare il quadretto c’è il matrimonio con Merete, da cui si trasferisce e che ha già una figlia piccola.

All’inizio Singer sembra entusiasta, ma quando Merete capisce che il marito finge di essere felice solo per lei, tutta la sua facciata crolla. È stato scoperto. Lei sa che è tutta una farsa. Singer non ha mai governato la sua vita, si è sempre lasciato trascinare dagli eventi. Lui, a cui piace definirsi «il custode dei libri», esprime la sua profonda essenza solo tra quei volumi pieni di polvere impilati sugli scaffali della biblioteca. Singer non è fatto per stare con gli altri e ne è ben consapevole, per questo ha passato tutta la vita a sforzarsi di interagire quel poco che basta per non essere considerato strano. Ha imparato, però, a conoscere se stesso, a non soffocare mai il suo bisogno di solitudine e ad alternarlo ai più minimi contatti sociali perché c’è un tarlo nella sua testa che continua a ripetergli che, in ogni caso, sarebbero tutti pronti a puntare il dito contro di lui e a criticare ogni suo gesto. Singer è «sopravvissuto alla giovinezza» ma un bel giorno, sulla soglia dei quarant’anni, un tragico evento stravolge quel mondo che ha costruito con tanta fatica, un mattoncino dopo l’altro. 

Dag Solstad, che ha definito questo libro «il compimento della sua opera letteraria», si insinua nella mente del protagonista analizzando ogni sua paura, idiosincrasia e ossessione. Dalle pagine di T.Singer traspare un forte senso di solitudine e ci fa capire che, anche se siamo convinti di essere felici da soli, in realtà a un certo punto capiremo che non è così. Anche se Singer ha costruito una barriera attorno a sé per non avvicinarsi mai davvero agli altri e si è chiuso nel suo guscio, alla fine si rende conto che è irrimediabilmente solo, che lo è sempre stato, e che lo sarà sempre.

Traduzione di Maria Valeria D’Avino, Iperborea

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