Panza de burro, Andrea Abreu

«Y vi el mar, el mar y el cielo que siempre parecían la misma cosa, la misma masa gris y espesa de todos los días. Se me ocurrió que la tristeza de la gente del barrio eran las nubes, las nubes clavadas en la punta del cogote, en la parte más alta de la columna vertebral, a la hora de la novela».

Con panza de burro si fa riferimento alle nuvole basse tipiche delle Isole Canarie. Sotto quelle nubi, tra strade svuotate e popolate quasi solo da gatti, crescono Isora e la sua migliore amica, ovvero la voce narrante della storia. Non ci viene mai rivelato il suo nome, l’unica cosa che sappiamo di lei è che vorrebbe somigliare a Isora: vorrebbe avere i suoi occhi verdi, essere più spigliata con i ragazzi, parlare senza il terrore di deludere qualcuno e non essere più amata. Vorrebbe vivere senza quel terrore che l’attanaglia, senza quel pensiero fisso. Per questo è gelosa di Isora, sebbene sia orfana di madre e viva con la nonna; l’amica sa affrontare la vita con coraggio, non teme le conseguenze. Per lei Isora, con le sue idee strambe e gli occhi verdi, è tutto il mondo. 

Panza de burro è un romanzo atipico, in cui si susseguono scene che descrivono la prima adolescenza di due ragazzine e le loro avventure in un paese dell’entroterra ben lontano dalle famose spiagge delle Canarie. Per loro il mare è quasi un miraggio, tanto da farle dubitare che esista davvero. La lingua è ruvida, verace. Lo spagnolo è pieno di inflessioni tipiche della zona, è sgrammaticato, segnato dalle poche parole inglesi che fanno trasparire un velo di modernità che altrimenti resterebbe nascosto. Sì, perché quel paesino di poche case tra distese brulle sembra una realtà fuori dal tempo, in cui tutto resta sospeso e la quotidianità pare un ciclo che non si può spezzare. Eppure le due amiche scopriranno, loro malgrado, che il male può arrivare anche lì, insinuandosi silenziosamente in quel nido protetto.

Editorial Barrett

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