Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson

«La poesia è sempre resistenza. Deve esserlo». 

Siamo a Vesturbær, un quartiere a ovest di Reykjavík, all’inizio degli anni Cinquanta. In un piccolo appartamento ci sono Helga e Sigvaldi, innamoratissimi e desiderosi di conoscere la loro figlia. Anche se ancora non hanno la certezza che sia una femmina, decidono subito di chiamarla Ásta, come la protagonista di Gente indipendente, un romanzo di Halldór Laxness uscito tra il 1934 e il 1935. Ásta, proprio come il personaggio di cui porta il nome, non avrà una vita facile, ma amerà sinceramente, col tutto il cuore (ást in islandese significa amore). Nonostante le premesse positive, Ásta non è destinata a vivere in una famiglia felice: i genitori si separano quando lei è ancora piccola e viene affidata a una balia che le farà da madre. È un’adolescente turbolenta, vuole allontanarsi dagli affetti e allo stesso tempo sente nostalgia per quello che ha lasciato, non ha ancora trovato se stessa. Eppure non sa che i mesi estivi che passerà nei Fiordi Occidentali in una fattoria sperduta in mezzo al nulla, il rapporto con Kristín, la signora anziana che la ospita e che ogni giorno si sveglia in un’epoca diversa, e l’incontro con Joséf, le cambierà l’esistenza. Proprio lì, tra quei fiordi aspri, ricoperti da una vegetazione brulla, dove la solitudine diventa una presenza tangibile e si passano le notti a guardare le stelle, Ásta capisce qualcosa in più su se stessa e sul mondo che la circonda. È come se vedesse le cose per la prima volta. Quando tornerà a casa, però, tutto sarà destinato a trasformarsi di nuovo e Ásta si ritroverà sola in una battaglia contro la vita.

Storia di Ásta racconta il viaggio della protagonista, che porta il nome di un’eroina della letteratura nordica. Il rapporto conflittuale con i genitori, la sensazione di non sentirsi mai abbastanza, il senso di colpa, provocano in Ásta un’inquietudine perenne che le impedisce di realizzare i suoi sogni. La prosa lirica di Stefánsson dipinge, una pennellata dopo l’altra, un romanzo che è fatto di sfumature e di poesia. L’autore, e di conseguenza anche i suoi personaggi, vedono poesia in ogni aspetto della vita, anche in quelli meno edificanti. Ma soprattutto la considerano una forma di ribellione, l’unico modo per combattere contro un destino che non possiamo governare. Nella poesia «c’è tutto quello che tralasciamo di dire, che nascondiamo, che ci rifiutiamo di ammettere. È lì che risiedono le nostre paure. Tutto quello che speriamo e che otteniamo, o che non abbiamo la forza di conquistare. Tu lo chiami il mondo della poesia, e lo prendi come pura finzione. Benissimo. Ma che ti piaccia o no, questa maledetta poesia a volte è l’unica cosa capace di definire l’esistenza per com’è davvero». 

Stefánsson ci regala un romanzo corale, profondo, in cui si ricostruiscono le vicende attraverso i ricordi dei personaggi. Tutti, nessuno escluso, hanno bisogno di amore. Ma amare non è così semplice: significa affidarsi completamente a un’altra persona consapevoli che ciò significa perdere il controllo, almeno in parte. Ásta capirà troppo tardi che ne vale la pena. Vale sempre la pena rischiare, buttarsi, provarci fino alla fine. E le rimarrà un grande rimpianto di non aver avuto il coraggio di spingersi fino in fondo. 

Traduzione dall’islandese di Silvia Cosimini, Iperborea

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