Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia

«E poi cos’è la mafia? Una voce anche la mafia: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa».

Il giorno della civetta è stato definito il primo e il più grande fra i romanzi che raccontano la mafia. Pubblicato per la prima volta nel 1961 dalla casa editrice Einaudi, il libro prende spunto dall’omicidio del sindacalista Accurso Miraglia per mano della mafia avvenuto a Sciacca nel 1947. Anche questo racconto parte da un assassinio, quello di Salvatore Colasberna, piccolo imprenditore locale proprietario di un’impresa edile. Il capitano di polizia Bellodi, proveniente da Parma e da poco arrivato in Sicilia, inizia a interrogare le persone che hanno assistito delitto, ma si scontra con un’omertà ben radicata. Dopo aver fatto alcuni accertamenti, gli è presto chiaro che sotto questo omicidio a muovere i fili della vicenda è una forza invisibile eppure che lascia tracce evidenti: la mafia. Ma non sarà così facile provarlo in un paese che ne nega l’esistenza pur pagandone le conseguenze. 

La vittima, infatti, aveva rifiutato una certa protezione che gli era stata offerta con insistenza da diverse personalità di spicco del paese. Per quanto sia evidente che si tratti di un fatto di mafia, tutti attorno al capitano Bellodi provano a convincerlo del contrario. Non vogliono che si intrometta in questioni che non lo riguardano perché creerebbe diversi problemi a persone che non vanno disturbate. Eppure il capitano non demorde, arriva a ricostruire l’intera vicenda e incastra i colpevoli grazie a trovate molto ingegnose. Ma ogni azione ha delle conseguenze e questa storia ha surriscaldato gli animi di molti, anche in Parlamento. Bellodi viene trasferito e scopre, con estremo disappunto, che la sua accusa è stata smantellata grazie a un ampio lavoro ricostruzione dell’alibi degli accusati che si basa su testimoni incensurati e assolutamente credibili. Ciò non fa altro che confermare che c’era la mafia sotto l’omicidio di Colasberna e che è stato tutto volutamente insabbiato. 

Il titolo del romanzo è tratto da un passo dell’Enrico VI di Shakespeare: «come la civetta/quando di giorno compare». Sciascia spiega che il riferimento è al fatto che la mafia agiva in segreto, era un animale notturno come la civetta. Ma ormai aveva raggiunto un potere così esteso da non poter più agire di nascosto, ma solo alla luce del giorno. 

Alla fine dell’opera, nel 1972 Sciascia acclude un’avvertenza in cui ricorda che, nell’anno della prima pubblicazione (1960), il governo negava l’esistenza della mafia, malgrado ci fossero dei documenti che ne attestavano già la presenza, come L’inchiesta parlamentare sulle condizioni economiche e sociali della Sicilia, quella parallela condotta dagli studiosi Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino insieme ad altri scritti. A livello letterario non esisteva un libro che svelasse gli ingranaggi mafiosi, fatta eccezione per una commedia in dialetto I mafiusi di la Vicaria. Urgeva quindi un testo letterario che ne parlasse e mettesse lo Stato davanti al fatto reale e compiuto. Per questo Sciascia scrive «Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un “sistema” che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel “vuoto” dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma “dentro” lo Stato. La mafia insomma non è altro che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. Il giorno della civetta, in effetti, non è che un “per esempio” di questa definizione. Cioè: l’ho scritto, allora, con questa intuizione. Ma forse è anche un buon racconto». 

Pubblicato da Adelphi 

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