Quanta, quanta guerra, Mercè Rodoreda

«Quando mi svegliai, sopra non so quali cime, sopra non so quali montagne reali o di nebbia, la luna, del colore di una conchiglia, brillava alta e ghiacciata. Cominciò allora a cadere una pioggia di stelle. Non l’avevo mai vista. Piangono perché c’è la guerra, disse il vecchio che si era seduto e che sembrava mi conoscesse da sempre».

Adrià Guinart è solo un bambino e decide di partire per una guerra che non ha nome. Lascia la madre, segnata dalla vita, i campi di papaveri rossi che circondano la sua casa e arrivano fino ai binari del treno dove è morto suo padre. Adrià vuole vedere il mondo, ha sete di libertà. Vuole «essere di ogni parte e di nessun luogo». Nelle sue peregrinazioni tra boschi bui e pieni di dolore, un giorno incontra Eva e si innamora di lei. Eva sembra quasi una figura fatata che appare proprio nel momento in cui Adrià si sente più solo. Dovunque si volti, Adrià vede la morte: cadaveri nei fiumi, nelle fosse comuni in cui si imbatte lungo il tragitto, e anche nei suoi sogni. Attanagliato dalla fame e dal freddo, spesso incontra qualche buon’anima che gli offre riparo. Uomini soli, abbandonati da tutti, vedove, donne che aspettano invano i figli partiti anche loro per la guerra. Ogni personaggio gli racconta la sua storia e lui la custodisce dentro di sé come un tesoro dal valore inestimabile. Adrià è partito bambino ma, un passo dopo l’altro, è diventato un uomo.

Adrià si muove in un mondo quasi fantastico in cui si intrecciano atrocità e sogno. Sullo sfondo c’è una guerra che non fa sconti a nessuno, neanche ai bambini o ai ragazzini come lui. Eppure, in tutto questo dolore, appare Eva, la prima donna. Anche per Adrià è la prima a cui abbia mai voluto bene oltre alla madre e alle sorelle, che ormai non ci sono più. I due ragazzi si incontrano in un paesaggio quasi fiabesco, tra castelli, principesse e streghe ma sempre permeato da un profondo senso di tristezza lasciato dalla guerra. Poi un giorno si separano e quando Adrià capirà che fine ha fatto Eva darà libero sfogo alla parte più vendicativa e quasi animale nascosta dentro di lui.

Mercè Rodoreda è la scrittrice più letta e tradotta della letteratura catalana. L’elemento più significativo della sua scrittura è la capacità di raccontare scene di un’atrocità sovrumana con una prosa delicatissima ma sempre diretta. Rodoreda è stata politicamente impegnata nell’attività antifascista, e dopo la vittoria di Franco sceglie l’esilio. Tornerà in patria solo nel 1972. I suoi romanzi, pubblicati dalla casa editrice La Nuova Frontiera, tratteggiano il periodo storico in cui ha vissuto l’autrice.

Traduzione di Stefania Maria Ciminelli, La Nuova Frontiera

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