La casa in collina, Cesare Pavese

«Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere».

In La casa in collina, romanzo pubblicato nel 1948, il protagonista è Corrado, un professore di Torino, che si trova a vivere il duro periodo dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ogni sera, al ritorno dalla città, si rifugia sulle colline torinesi, accudito da due donne premurose: Elvira e sua madre. Un giorno rincontra Cate, una ragazza che aveva amato anni addietro, e scopre che ha avuto un bambino, Corradino, detto Dino. Fin da subito Corrado teme e poi spera che Dino sia in realtà suo figlio. Ma non si può pensare con attenzione a certe cose quando il mondo è scosso dalla guerra e muore sotto i bombardamenti. Quando le tracce del conflitto raggiungono anche le colline, una sorta locus amoenus irraggiungibile e inviolabile, la vita di Corrado viene stravolta. Pavese scrive «solamente la vita, la nuda vita contava». Nell’attesa di una pace che non sembra arrivare mai, Corrado riflette sulla sua vita e sulla sua incapacità di scegliere, di agire. Avverte con ogni fibra del suo corpo la necessità di un impegno e una partecipazione politica, eppure resta fermo, in balia di uno stato di inerzia da cui non riesce a uscire. Quando anche sulle sue amate colline penetra la guerra, con la sua forza devastatrice, Corrado è costretto a scappare e torna nelle Langhe. Ma neanche il tanto agognato ritorno alla casa della sua infanzia, sarà in grado di spazzare via i sensi di colpa del protagonista. 

Pavese si immedesima nel protagonista: ricorda i tempi trascorsi nelle colline piemontesi, i pensieri, le riflessioni di un tempo passato e ormai immutabile. I due temi principali che vengono tratti in questo romanzo sono la guerra e il tormentato rapporto con la religione. Pavese non fa differenza di fazioni o partiti: quando parla del conflitto afferma che è una sconfitta per tutti gli uomini, a prescindere che ne escano vincitori o perdenti. Eppure, anche se ne riconosce la brutalità, Corrado non riesce a decidersi a prenderne parte, a lanciarsi con gli altri uomini e difendere il suo Paese. La meditazione sulla guerra e la necessità di schierarsi è già presente nel Mestiere di scrivere (1937) in cui si legge: «Un uomo vero, nel nostro tempo, non può accettare con cautela l’ananche della guerra. O è pacifista assoluto o guerriero spietato. L’aria è cruda: o santi o carnefici». Corrado, ormai rassegnato a provare un’angoscia perenne derivante dalla sua decisione di non scegliere, trova inaspettatamente un rifugio nella fede. Ma è solo un sollievo temporaneo. Durante la fuga verso casa, Corrado medita sul significato della vita e della morte, sulla brutalità della guerra. Spera di ritrovare se stesso una volta raggiunto il luogo dell’infanzia, ma è ben presto chiaro che anche questo tentativo è vano. Non ha notizie di Cate e di Dino, che erano gli unici motivi che lo spingevano a restare attaccato alla vita e alla speranza, così ricade di nuovo nell’ansia interiore prodotta da rimorsi e sensi di colpa, antichi e nuovi.

Pubblicato da Einaudi editore 

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