Furore, John Steinbeck

«C’era un tempo che avevamo la terra. Era una cosa che ci teneva insieme. I vecchi morivano, e i bambini arrivavano, e noi eravamo sempre una cosa sola…eravamo la famiglia…e era come se tutto era unito e chiaro. E io non lo capisco. Non c’è più niente a tenerci insieme». 

Furore, in inglese The Grapes of Wrath, è stato pubblicato nel 1939 ed è considerato il principale capolavoro dell’autore statunitense John Steinbeck, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1962. Il romanzo, diventato il simbolo della Grande depressione americana degli anni Trenta, racconta le travagliate vicende della famiglia Joad, che è costretta a lasciare la sua fattoria nell’Oklahoma in cui viveva per cercare una vita migliore a Ovest. Solo che abbandonare quella terra, la loro terra, per i Joad è un dolore inspiegabile. Tutto è iniziato con la polvere: è arrivata con il vento, si è posata sopra ogni superficie, ha rovinato il raccolto, ha reso la terra arida. Una dopo l’altra le fattorie sono cadute sotto il peso dei debiti, così le banche si sono prese i campi costringendo migliaia di famiglie a lasciare la loro casa. I Joad partono su un camion, uomini, donne, bambini, anziani, giovani e iniziano un viaggio che sembra non finire mai. Percorrono la Route 66, attraversano il Texas, l’Arizona, spinti dalla speranza che ad attenderli in California ci sia una vita migliore. Procedono senza sosta nel deserto, ormai a corto di provviste e denaro, tenendo stretto in mano uno dei tanti volantini in cui si legge che dove sono diretti si cercano braccianti. Quando finalmente arrivano a destinazione, ecco che gli si apre davanti agli occhi la verde California: filari di alberi da frutto, campi coltivati, ruscelli, prati lussureggianti. Ma i Joad capiranno ben presto che non c’è posto per loro, per gli Oki, gli immigrati, i più poveri a cui è stato tolto tutto, anche la dignità.

I Joad rappresentano una delle tante famiglie americane del Midwest che sono state costrette a trasferirsi in California in cerca di fortuna. Tom, rilasciato sulla parola dopo aver ucciso un uomo, è uno dei figli che si dà più da fare per far sì che tutti arrivino sani e salvi a Ovest. Tom rappresenta la battaglia per i propri ideali, la ribellione per una condizione di vita migliore, la consapevolezza che nessun uomo dovrebbe essere trattato in un modo che lede la sua dignità. Tra le pagine del romanzo riecheggia la sua voce, che diventa la vera voce di chi è stato oppresso ed è vittima del male degli uomini. Si legge infatti: «Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì». La madre, invece, è la vera roccia della famiglia: sopporta ogni cosa con tenacia tanto da riuscire a convincere tutti che partire è l’unica soluzione possibile anche se, in fondo, prova una profonda sofferenza nel lasciare la sua casa. È pronta a sacrificare qualsiasi cosa, anche se stessa, per il bene dei suoi figli. 

Se all’inizio a tenere uniti i membri della famiglia Joad era la terra, durante il viaggio l’elemento cardine diventa la coesione davanti alle tante difficoltà. I Joad non si arrendono mai, combattono fino all’ultimo respiro. Trasportano su quel camion tutta la loro vita: oggetti, ricordi, sogni, speranze e cercano di lasciarsi alle spalle un passato felice per provare ad avere meno paura del futuro incerto che li attende.

Steinbeck scrive un romanzo senza tempo, una storia che è universale. Arrivati alla fine del romanzo, l’attaccamento che si sente per i personaggi è fortissimo perché l’autore ci fa immedesimare in tutto e per tutto nella storia della famiglia Joad. Anche se è molto lontana dal nostro vissuto, la sentiamo nostra, vicina, prossima. Ci ritroviamo a soffrire, sperare, piangere con i personaggi. Furore è uno di quei romanzi che quando lo finisci ti senti vuota e piena allo stesso tempo, perché dà la percezione di aver vissuto davvero un’avventura straordinaria e tragica. Ti resta attaccato addosso, come la polvere del Midwest. 

Traduzione di S.C. Perroni, Bompiani

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...