Distanza di sicurezza, Samanta Schweblin

«Io considero sempre la peggiore delle ipotesi. La chiamo “distanza di sicurezza”, così definisco la distanza variabile che mi separa variabile che mi separa da mia figlia, e passo metà del tempo a calcolarla, anche se poi rischio sempre più del dovuto».

Amanda è in un letto di ospedale. Davanti ai suoi occhi scorrono immagini confuse: David, sua madre Carla, una casa con la piscina, un paesaggio arso dal sole, Nina. Ed ecco che il filo che la lega a sua figlia si tende fino a torcerle lo stomaco. Dov’è Nina? Cosa è successo veramente? Ben presto Amanda ricorda tutto e ripercorre con la memoria ogni istante; è faticoso ma deve farlo, deve capire come sono andate le cose. Accanto al suo letto, ad accompagnarla in questo viaggio immaginario, c’è David. Quando l’ha visto per la prima volta, Amanda si è chiesta come si fosse procurato quelle macchie scure che gli ricoprivano il corpo e poi Carla le ha raccontato tutta la storia. Quella è destinata a diventare anche la sua storia, anche se Amanda non sospetta ancora nulla. Un ruscello inquinato da liquami tossici, lo scambio dello spirito con quello di un altro bambino, il buio, il passaggio e poi ogni cosa è cambiata. 

Samanta Schweblin ci presenta una storia dai contorni soprannaturali in cui passato, presente e futuro si fondono in una narrazione fluida e concitata. Le parole si susseguono a un ritmo forsennato, scorrono sulla pagina sempre più veloci, come in un vortice che non si può fermare, e stravolgono il mondo che ci troviamo davanti. Come in Kentuki, anche qui emerge lo stile particolare dell’autrice: ogni dettaglio viene descritto con precisione in modo da dipingere una dimensione caratterizzata da un velo di angoscia che cresce sempre di più fino a portare a un punto di non ritorno. Distanza di sicurezza è un romanzo che non riesci a smettere di leggere, che non puoi mettere giù. Si legge tutto d’un fiato, corre via proprio come la storia di Amanda e la sua vita, distrutta da un attimo di distrazione. 

Traduzione di Roberta Bovaia, Sur

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