Lolita, Vladimir Nabokov

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita».

Lolita è stato pubblicato inizialmente in inglese nel 1985 a Parigi e poi tradotto dieci anni dopo in russo dall’autore stesso. Il romanzo racconta la relazione che si instaura tra Humbert Humbert, professore di letteratura ormai alla soglia dei quarant’anni, e la piccola Lolita, figlia dodicenne della sua padrona di casa (e poi moglie) Charlotte Haze. Alla morte accidentale di quest’ultima, H.H. si trova in una posizione fin troppo allettante: riuscire finalmente a soddisfare la sua passione per le ragazzine, che lui chiama ninfette, incarnate perfettamente nella bella e giovane Dolores. Tuttavia, quando il lettore è già pronto a leggere le atroci nefandezze che stanno per avvenire, un colpo di scena stravolge, almeno in parte, le sue aspettative. Lolita è un libro particolare, discusso e criticato, eppure dietro il tema principale c’è molto di più. Lolita non è solo la relazione tra un adulto e una ragazzina, è molto altro, e di questo ci si rende conto solo leggendo. 

Le pagine scorrono veloci, il climax del romanzo si avvicina, e si rimane intrappolati dalla vena ironica, compiaciuta e a tratti pentita della voce narrante. Nabokov sfiora l’indicibile: racconta i pensieri più reconditi e oscuri del protagonista, indugia sui suoi desideri sessuali, sui modi che trova di soddisfarli senza dover violare (in tutti i sensi) i pensieri di una ragazzina. Ma, pagina dopo pagina, capiamo che il rapporto tra H.H. e Lolita è molto più di qualcosa di carnale: Humbert si illude nell’idea che sia solo il frutto della soddisfazione delle sue pulsioni più segrete, invece si affeziona veramente a lei, arrivando a provare un sentimento così forte che, solo all’idea che Lolita le sia in qualche modo sottratta, pensa di impazzire. A Lolita invece, tutto sembra un gioco, almeno all’inizio; eppure, giorno dopo giorno, vede in Humbert un uomo che la può proteggere e portare lontano, in un’altra città, o persino in un altro stato, quando è stufa di adempiere ai suoi doveri scolastici, ma anche un aguzzino. Lolita sa che ha un potere immenso tra le mani e lo sfrutta a suo piacimento. Ma al lettore certo verrà da pensare: ne avrebbe volentieri fatto a meno? Sicuramente sì. Ovvio, la relazione tra i due è malsana, incestuosa, spropositata e nata da pulsioni del tutto sbagliate. Humbert dimostra il suo maggiore attaccamento alla ragazzina proprio quando la perde: la cerca dappertutto, intraprende un viaggio che lo porta sull’orlo pazzia e poi in carcere. Tuttavia è lucidissimo quando vendica la sua Lolita e quel sentimento, quella vendetta, è, se vogliamo, una dimostrazione di affetto.

Lolita è un romanzo strano: in certi passaggi fa ribrezzo, fa venire i brividi leggere di come Humbert voglia Lolita disperatamente e di come la loro relazione condizionerà la sua vita. Eppure non si riesce a smettere di andare avanti, di sfogliare una pagina dopo l’altra fino alla fine. È questa la forza di Nabokov, è questa la forza della sua scrittura a dir poco magnetica. Spesso decidiamo di leggere un libro grazie al tema che affronta, invece in questo caso lo leggiamo nonostante tutto: nonostante sappiamo benissimo che la storia che stiamo per affrontare ci farà rabbrividire, che non c’è alcuna morale, che tutto ciò che di più terribile abbiamo immaginato avviene su quelle pagine scritte circa quarant’anni fa e che molti editori si sono rifiutati di pubblicare. E qui emerge la magia creata dalla scrittura di Nabokov perché, grazie a lui e al suo stile (e forse solo grazie a quello), Lolita è molto di più.

Traduzione di Giulia Arborio Mella, Adelphi

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