Canne al vento, Grazia Deledda

«Tutto era mutato; il mondo si allargava come la valle dopo l’uragano quando la nebbia sale su e scompare: il Castello sul cielo azzurro, le rovine su cui l’erba tremava piena di perle, la pianura laggiù con le macchie rugginose dei giuncheti, tutto aveva una dolcezza di ricordi infantili, di cose perdute da lungo tempo, da lungo tempo piante e desiderate e poi dimenticati e poi finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono più». 

In un villaggio sulla costa tirrenica della Sardegna, vive la nobile famiglia Pintor: Don Zame, la moglie, le sue quattro figlie ed Efix, un servo fedele al loro servizio. Il padre è molto orgoglioso e impone in casa un’atmosfera di terrore per cercare di proteggere a tutti i costi la nobile reputazione della famiglia. Un giorno Lia, la terza figlia, si ribella e decide di scappare da quell’atmosfera infernale. Poco tempo dopo il padre viene trovato misteriosamente morto all’uscita del paese, probabilmente a causa del dolore per la perdita della figlia. Questo è l’antefatto della vicenda che il lettore scoprirà procedendo nella lettura. All’inizio del romanzo vediamo invece le tre sorelle rimaste ormai sole. Ruth, Ester e Noemi assistono al declino della loro giovinezza, abitano in una casa sempre più fatiscente e ricordano invano le antiche glorie di ricchezza della famiglia. I Pintor infatti, dopo la morte di Don Zame, sono caduti in povertà ed è rimasto con loro solo il servo Efix, dedito e affettuoso ma attanagliato da un segreto senso di colpa. Lui è l’unico a sperare ancora che la famiglia si riprenda dalla crisi economica che sta affrontando e la sua speranza si accende ancora di più quando arriva Giacinto, il figlio di Lia. In realtà Giacinto si rivelerà essere solo un problema per i Pintor: si indebiterà a nome delle zie tanto da arrivare a scappare dal paese per la vergogna. Intanto Efix, che sta combattendo una battaglia personale contro i fantasmi del passato, lascia il suo amato paese e le sue tre padrone per intraprendere un lungo viaggio di redenzione durante il quale vive di stenti e riflette sulla sua vita. Solo in punto di morte tornerà a casa, finalmente un po’ più leggero perché sente di aver espiato la sua colpa nascosta: molti anni prima è stato lui a uccidere don Zame e ad aiutare Lia a scappare. Efix si porterà il segreto nella tomba e spira proprio mentre Noemi si sposa con il cugino ricco don Pedru dando così un’ultima speranza di rinascita alla stirpe dei Pintor.

Canne al vento è uscito a puntate su «L’illustrazione italiana» nel 1913 e qualche mese dopo è stato pubblicato in volume dall’editore Treves di Milano. Questo titolo è il più famoso dell’autrice sarda a cui verrà conferito il premio Nobel per la Letteratura nel 1926. Grazia Deledda scrive un libro delicato, con una prosa molto lirica ricolma di descrizioni del magnifico paesaggio sardo in cui ha vissuto. Le tematiche principali sono la fragilità umana, la povertà, l’onore, la superstizione, il dolore. Fin dalle prime pagine il lettore viaggia con la mente nella Sardegna rurale del primo Novecento, in cui le tradizioni e le usanze fortemente radicate nella gente condizionano la vita delle persone. Mentre sullo sfondo sta iniziando a svilupparsi il progresso, evidente soprattutto dal punto di vista agricolo e industriale, il villaggio in cui è ambientata la storia sembra una realtà statica, quasi persa nel tempo. Il paesaggio che circonda questi primi segni di progresso è primitivo, a tratti fantastico. Nella contrapposizione tra città e campagna, il romanzo assume evidenti tratti veristi e rende ancora più evidente il legame della natura con le figure descritte: il paesaggio diventa infatti uno specchio simbolico della condizione sociale ed esistenziale dei personaggi. Un altro tema su cui insiste Grazia Deledda è quello dell’emancipazione: per prima cosa la vita sull’isola contrasta fortemente con la possibilità di una vita borghese che si sta affermando in quegli anni; inoltre, nascere femmina in quell’ambiente così chiuso significava rinunciare a ogni tipo di aspirazione. La stessa autrice fu costretta ad abbandonare la scuola dopo la quarta elementare perché non era previsto che le bambine continuassero a studiare. E nel corso della vita, così come successe a Sibilla Aleramo, Grazia Deledda subì l’ostilità intellettuale che allora colpiva le donne che si dedicavano alla scrittura. Non è un caso infatti che la maggior parte delle protagoniste di Canne al vento siano donne. I loro tratti emergono di più in questo romanzo e sono contrapposti ai pochi personaggi maschi che risultano più deboli in quanto mettono in risalto la fragilità della condizione umana. 

Canne al vento è un grande classico della letteratura italiana. In questo romanzo emerge che l’uomo non sempre è artefice del proprio destino, anzi spesso ne è vittima. Grazia Deledda infatti scrive «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento».

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