Lessico famigliare, Natalia Ginzburg

«Nel corso della mia infanzia e adolescenza mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito».

Lessico famigliare racconta la storia dei Levi, una famiglia ebraica e antifascista, a Torino, tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento. I dolorosi ricordi di Natalia Ginzburg si susseguono uno dopo l’altro e vengono narrati con una freddezza quasi chirurgica. Mentre sullo sfondo imperversano la guerra, il fascismo, la deportazione, quel che lega indissolubilmente la famiglia è il lessico usato in casa Levi, «una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone». Queste espressioni diventano il fulcro della famiglia, parole che rispecchiano una chiara visione del mondo e hanno un vero significato solo per i suoi membri, insieme agli aneddoti divertenti e ai parenti bizzarri. Ed è anche questo legame a tenerli uniti quando tutto attorno a loro crolla.

Natalia Ginzburg è una scrittrice che va letta, che deve essere letta. Mi sembra che in questa poesia riesca a trasmettere la vera essenza di ciò che vuole raccontare.

Memoria

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.

Comprano cibo e giornali, muovono a imprese diverse.

Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.

Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,

ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.

Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,

solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.

E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle

che spezzavano il pane e versavano il vino.

Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo

a guardare il suo viso per l’ultima volta.

Se cammini per strada, nessuno ti è accanto,

se hai paura, nessuno ti prende la mano.

E non è tua la strada, non è tua la città.

Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,

degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.

Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,

e guardare in silenzio il giardino nel buio.

Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;

e allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.

Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;

e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

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